Multitasking o Task Switching?

Orientati di Marco Lombardi

L'impressione dell'efficienza

Saper fare più cose contemporaneamente, "un'abilità" molto apprezzata e utile al giorno d'oggi vero? La quintessenza dell'efficienza, la medaglia d'onore che s'intreccia con i più fitti meccanismi della produttività dei nostri tempi. Elogiata e decantata dai "professionisti" del XXI secolo, comoda soprattutto se si hanno più cose da gestire. Abbiamo sempre creduto che fosse possibile, che sia una nuova abilità ritrovata. Ma sarà davvero così? Siamo davvero fatti per tutto questo?

Un mito moderno

Da una parte, la leggenda narra che solo gli individui di sesso femminile siano muniti di questa grande capacità: fare più cose contemporaneamente. Dall'altra parte, invece, è l'archetipo del super uomo di successo, colui che sa gestire più cose contemporaneamente, emblema della produttività e del vero successo. Leggere le mail, fare videochiamate, rispondere a messaggi al telefono, mangiare nel mentre, il tutto condito dal secondo telefono aziendale che squilla all'impazzata, sono tutte condizioni possibili che possono essere gestite dalla super abilità del "multitasking". Ci siamo auto-convinti nel tempo che questo fosse normale, che fosse efficienza, che essere smart fosse possibile, in quanto indispensabile per poter fare più cose contemporaneamente. Ma indovinate un po'? Questa altro non è che una pervasiva illusione dell'era digitale.


Il multitasking umano altro non è che una cattiva interpretazione di quella che è invece una possibile capacità meccanica e robotica. Eppure continuiamo ad illuderci che questo sia possibile, che questa è la via dell'evoluzione, una specie di trascendenza. Per meglio comprendere la verità, è importante capire le origini e il suo funzionamento, compreso il perché ne siamo così profondamente attratti.


LA SUA GENESI

Prima di tutto, per smontare questa falsa abilità, è cruciale comprendere che questo termine non nasce direttamente da una stretta correlazione tra capacità fisiche e cognitive dell'uomo, bensì dall'ambiente informatico. Negli anni '60, con l'avvento dei primi computer complessi, si pose il problema di ottimizzare l'uso delle costose e limitate risorse di calcolo. Nel 1965, IBM introdusse il System/360, un'architettura che permise di eseguire più processi (o "task") su un'unica CPU (Central Processing Unit) apparentemente in contemporanea. Apparentemente perché realmente non era possibile gestire più cose contemporaneamente, nemmeno per una macchina. Di fatto, il suo funzionamento si basava sull'alternanza di questa unità, che gestiva l'alternarsi da un processo all'altro, senza che ci si accorgesse di ciò, grazie all'estrema velocità con cui lo faceva.

Quindi sostanzialmente questa unità passava velocemente da un processo all'altro, venendo percepito dall'uomo come la capacità di gestire più processi contemporaneamente. Per una macchina, "multitasking" significava che la CPU è così veloce da poter passare da un compito all'altro con una rapidità tale da farli sembrare eseguiti in parallelo.

Ma per l'uomo funziona esattamente nello stesso modo? Non proprio. Ma per comprendere ancora più a fondo questo meccanismo di imitazione umana, è necessario togliere quella patina lucente che riveste questa finta capacità, osservando veramente la sua natura e analizzando il suo funzionamento.


IL FALSO CONCETTO

IIl punto di partenza è questo: credere che il nostro cervello e l'intero sistema nervoso sia capace di svolgere 2 o più mansioni contemporaneamente, con la stessa efficienza e qualità. Questa è semplicemente una falsa credenza, in quanto NON siamo assolutamente in grado, cognitivamente, di fare due o più azioni contemporaneamente. La realtà è ben diversa dalla fantasia. Ciò che avviene realmente è uno spostamento "rapido" dell'attenzione. Quindi, quando svolgiamo più mansioni, non stiamo facendo altro che spostare in maniera seriale e veloce la nostra attenzione. Effettivamente il nostro cervello va a nozze con questo meccanismo, in quanto esso è per natura attratto da serie di stimoli continui, che ricerca ininterrottamente. Allo stesso tempo, questo nostro "processore" processa in maniera seriale, in particolar modo se questo riguarda compiti che richiedono attenzione consapevole e risorse cognitive elevate (ragionamento, soluzione di problemi, scrittura e analisi). Quindi, in definitiva, non può pensare letteralmente a due cose complesse contemporaneamente; di conseguenza, passa da un compito all'altro, interrompendo un processo per prenderne un altro (in serie).

I processi Cognitivi che entrano in gioco

Quando proviamo a "multitaskare", si attivano una serie di sistemi cognitivi complessi e spesso controproducenti. Il protagonista indiscusso di questo processo è sicuramente la corteccia prefrontale (PFC), la regione più sviluppata del nostro cervello ed è "l'addetta" a tutte le funzioni esecutive superiori: pianificazione, decisione, memoria di lavoro, controllo dell'attenzione e inibizione delle risposte non pertinenti.

Ma è meglio andare per gradi:


Il cambio di contesto

Ogni volta che il cervello passa da una cosa all'altra, paghiamo un costo. Non si tratta di un'illusione, ma è una realtà neurologica misurabile.

Disengagement: quando il cervello deve "staccarsi" dal compito precedente. Prima di iniziare un altro compito, dovrà disattivare i set mentali, gli obiettivi e le informazioni relative a quella determinata cosa.

Re-Engagement: il momento in cui si aggancia al nuovo compito. Si attivano quindi nuovi set mentali, nuovi obiettivi e nuove informazioni su quel determinato nuovo compito.

Tempo di ritardo: è il tempo che il nostro "processore" impiega per ripristinarsi. Studi di psicologia cognitiva, già a partire dagli anni '90 (come quelli di Rubinstein, Meyer e Evans), hanno dimostrato che il passaggio tra compiti può comportare un ritardo misurabile. Anche per transizioni semplici, questo ritardo può variare da centinaia di millisecondi a diversi secondi. Sembrano briciole, ma sommate nel corso di una giornata lavorativa tipica, dove si stima che un impiegato possa passare da un compito all'altro ogni pochi minuti (o addirittura meno), questi micro-ritardi possono accumularsi in ore di tempo "perso" o inefficace.


Il residuo Attentivo

Questo concetto, coniato dalla ricercatrice Sophie Leroy dell'Università del Minnesota, è fondamentale per capire l'inefficienza del task-switching. In pratica, quando si passa da un ipotetico compito A a uno B, una parte della nostra attenzione non si sposta immediatamente, ma permane nel primo compito, dove continuerà ad "elaborare" quel compito, anche se siamo già passati a un altro. Nel frattempo, mentre stiamo svolgendo il compito B, il lavoro precedente (A) continua a permanere in memoria, occupando un certo numero di risorse cognitive nonostante si stia praticando un altro tipo di compito.

Quali sono gli effetti? È come lasciare decine di schede aperte nel browser del computer. Anche se stai lavorando esclusivamente con una, tutte le altre prenderanno una buona fetta delle capacità del PC. Questo si traduce in un rallentamento dell'intero sistema. Leroy e i suoi colleghi hanno dimostrato che questo residuo può ridurre l'efficienza nel nuovo compito anche del 20-40%, a seconda della complessità dei compiti e della rapidità di switching. Ora capisci perché quando passi da una cosa all'altra, ti sembra di aver perso il filo?

Una delle ricerche più citate ha esaminato i cosiddetti "heavy media multitaskers" (persone che usano frequentemente più media contemporaneamente) rispetto ai "light multitaskers". Contrariamente all'aspettativa, i "heavy multitaskers" non erano migliori nel gestire più informazioni; al contrario, erano peggiori in compiti di controllo cognitivo chiave, inclusa la capacità di filtrare le informazioni irrilevanti e di cambiare compito in modo efficiente. Mostravano una minore capacità di concentrazione, una maggiore sensibilità alle distrazioni e una peggiore memoria di lavoro, persino quando non stavano facendo multitasking. Questo suggerisce che il multitasking cronico potrebbe ri-cablare il cervello in modo dannoso per la sua capacità di attenzione.


Mentre l'American Psychological Association (2001) ha pubblicato una rassegna di studi che indica come il task-switching possa ridurre la produttività fino al 40%. Questo non è dovuto a una mancanza di sforzo, ma proprio ai costi intrinseci del cambio di contesto.


Taskswitching: il prezzo dell'iperproduttività

La pressione costante dell'essere sempre disponibili, l'ubiquità delle notifiche del telefono e la perenne velocità di questa società, ci ha portati quindi a essere sempre più efficienti, e il multitasking, ormai smascherato come task-switching, ne è la prova schiacciante. Tuttavia, questa modalità ha delle conseguenze importanti, soprattutto se croniche e protratte nel tempo. Non siamo progettati per questo, il nostro stesso cervello non lo è. Le conseguenze sono pervasive e a volte "pesanti", che vanno da un deterioramento graduale delle nostre capacità cognitive fino ad arrivare a condizioni di malessere psico-emotivo.

Il nostro corpo è un sistema straordinario, che ha capacità di adattamento altrettanto straordinarie, ma non è assolutamente invincibile. Questo vuol dire che "abusare" di alcuni meccanismi come il task-switching ci porta a sovraccaricarci, con ripercussioni sul sistema autonomo centrale e, come effetto a cascata, sulla nostra salute.

Ancora una volta, ritroviamo il sistema di "lotta o fuga" e lo stress cronico che ne può derivare. Ogni volta che passiamo da un compito all'altro, da uno stimolo all'altro, il nostro corpo viene sottoposto, appunto, a stress, che si traduce in una produzione di alcuni ormoni come cortisolo e adrenalina, ad esempio. Seppur micro-stress, nel tempo possono diventare dei veri e propri macro-stress. Questi stimoli, come conseguenza, attiveranno il meccanismo di "lotta o fuga" (con conseguente produzione ormonale) che, perpetuati più volte al giorno, si traduce in un accumulo di stress importante. Tutte le volte che si attiva questo sistema, le conseguenze sono sempre le stesse: soppressione del sistema immunitario, aumento della pressione sanguigna, disfunzioni metaboliche, infiammazione cronica e disturbi digestivi.

La frammentazione dell'attenzione, inoltre, può provocare disturbi d'ansia. Come? La confusione (uno dei principali stati di malessere), data dall'incapacità decisionale (inibizione della corteccia prefrontale, PFC, centro che gestisce le decisioni), ci induce a scegliere percorsi non costruttivi e disfunzionali. Altresì, l'incapacità di portare a termine compiti anche facili (distrazione e mancanza di focus), può portarci a stati di malessere e potenzialmente contribuire a stati depressivi. La necessità di essere sempre connessi è un effetto collaterale del task-switching, che ci richiede di essere sempre presenti e al passo con i tempi. Questo è correlato con la cosiddetta "ansia sociale" o FOMO (Fear Of Missing Out).

Da annoverare abbiamo anche i disturbi del sonno. La continua iperstimolazione giornaliera può creare discrete o pesanti interferenze alla nostra capacità di "decelerare". Quindi, se ho una mente che "naviga" anche di notte, sarà difficile che io riesca a trovare un porto sicuro dove riposare. Allo stesso tempo, il disturbo del sonno aumenta gli ulteriori sintomi correlati all'iperstimolazione.

Impatto sul cervello e sulle capacità cognitive

Il task-switching non affatica solo il cervello, ma ne altera le funzioni e la sua stessa struttura, corrodendo le capacità cognitive. Alcuni studi evidenziano questo allarmante risultato:


Diversi studi indicano una riduzione della nostra capacità di mantenere l'attenzione su un singolo compito per lunghi periodi. Mentre alcune stime parlano di una riduzione dell'attenzione media da 12 secondi (2000) a 8 secondi (2013) (Microsoft Canada, studio sui "mobile consumers"), la realtà è più complessa ma il trend è chiaro: siamo meno capaci di resistere alle distrazioni.


Compromissione del "Cocktail Party Effect": la capacità di isolare una conversazione specifica in un ambiente rumoroso diminuisce, poiché il cervello è meno efficace nel sopprimere gli stimoli non pertinenti. Anche la memoria subisce importanti ripercussioni; ad esempio, l'apprendimento profondo e la memorizzazione a lungo termine richiedono codifica ed elaborazione intenzionali. Quando l'attenzione è frammentata, le informazioni vengono codificate in modo superficiale o per nulla, rendendo difficile il loro recupero successivo. Uno studio del MIT ha mostrato che gli studenti che facevano multitasking durante le lezioni ricordavano meno dettagli e avevano una comprensione più superficiale dei concetti. Non solo le informazioni vengono ricordate meno, ma la loro qualità e profondità sono inferiori. Allo stesso tempo viene compromesso anche l'apprendimento e la capacità di problem solving; di fatto, il multitasking impedisce l'immersione nel "lavoro profondo" (Deep Work, Cal Newport), essenziale per l'apprendimento complesso, la risoluzione di problemi innovativa e la produzione di lavori di alta qualità. Non solo: senza un focus prolungato, il cervello fatica a collegare le informazioni in modo significativo, a vedere schemi complessi o a formare intuizioni profonde. Si rimane a un livello di comprensione superficiale. Forse, più importante tra tutti, questo meccanismo inibisce il pensiero critico. Il pensiero critico richiede l'analisi dettagliata, la valutazione di diverse prospettive e la capacità di sospendere il giudizio. Il task-switching rende quasi impossibile dedicare il tempo e le risorse cognitive necessarie a questi processi.

La lista è lunga e porta con sé molte delle nostre capacità intellettive.

Anche la creatività viene influenzata da questo meccanismo. La creatività spesso emerge durante periodi di attenzione sostenuta e, paradossalmente, durante i "periodi di incubazione" (quando il cervello elabora le informazioni in background). Il multitasking interrompe costantemente questi processi, soffocando sia il pensiero divergente (generazione di idee) che il pensiero convergente (selezione e affinamento delle migliori idee). Anche le capacità decisionali non possono far altro che peggiorare. La fatica cognitiva derivante dal task-switching porta alla "decision fatigue". Quando le risorse mentali sono esaurite, tendiamo a prendere decisioni più impulsive, meno razionali o a optare per l'opzione più semplice invece che la migliore. La capacità di valutare pro e contro, di prevedere le conseguenze a lungo termine e di resistere a bias cognitivi diminuisce drasticamente.


I danni collaterali nella vita quotidiana

L'American Psychological Association (APA) ha stimato che il task-switching può ridurre la produttività fino al 40%. Questo significa che per un'attività che richiederebbe un'ora di focus, ne impieghiamo quasi due se la frammentiamo costantemente. Non solo, aumentano sia i margini di errore sia gli errori stessi. La mancanza di attenzione e il sovraccarico sostenuto aumentano le possibilità di errore; ciò si traduce nel commettere errori spesso e di entità sempre maggiori. In concomitanza, tutto questo potrebbe tradursi in una qualità inferiore di ciò che si fa. La superficialità diventa dominante, in quanto non si riesce a dare importanza e attenzione a quel che si fa.

Pensate che valga solo per i compiti da svolgere tutto questo? No, vale anche per le relazioni sociali che intratteniamo. Ad esempio, se abusiamo del meccanismo del multitasking durante le nostre faccende quotidiane, spesso si ripresenta anche durante una conversazione. Questo vuol dire che non si sta ascoltando realmente quella persona, in quanto il grado di attenzione è al minimo o assente. Questo ci porta ad altri danni collaterali. Ad esempio, questa assenza nelle relazioni sfocia spesso in conseguenze come la mancanza di empatia e comprensione nei confronti di chi ci circonda. Questo può valere anche per le relazioni di riferimento più importanti. Conseguenze su conseguenze, in quanto questo atteggiamento può portare, a sua volta, a una vera e propria erosione del legame costruito, poiché l'altra persona potrebbe percepire disinteresse e assenza.

E per quanto riguarda la tua sicurezza? Sicuramente al primo posto abbiamo la sicurezza alla guida. Non ci si limita a usare smartphone e altri strumenti multimediali durante il giorno, ma se ne fa uso anche quando siamo alla guida. Un classico è trovare persone distratte alla guida a causa dell'uso dello smartphone. Ad esempio, la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) degli Stati Uniti riporta che la guida distratta è una delle principali cause di incidenti stradali, con migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti ogni anno. A seguire troviamo moltissimi casi di incidenti sul lavoro a causa delle distrazioni costanti.


È questa la vita di qualità di cui parlano?

Un vantaggio si, ma non per te

Quindi abbiamo smascherato una volta per tutte questo meccanismo comune, chiamato multitasking, che altro non è che il task-switching: il saltellare da uno stimolo all'altro, mentre la nostra mente sguazza in questa inebriante danza dai dubbi benefici. Un modo di fare discutibile, in quanto le ripercussioni sono molteplici e non sono affatto favorevoli, come spesso siamo abituati a pensare. Ma qui sorge una domanda spontanea: se non è una modalità efficace, perché ci viene richiesto di utilizzarla? Meglio ancora, perché ne facciamo così largo uso nel quotidiano?


L'adozione di questo meccanismo riguarda intrecci complessi tra aspetti sociali, ragioni economiche e tecnologiche, che vanno a discapito di molti e a beneficio di pochi.

Ponendosi per un solo momento una domanda scomoda: chi trae beneficio da questo meccanismo deleterio per la salute e funzionale per la produzione? Qual è il prezzo che la nostra società paga?

A oggi, i concetti di iper-produzione e iper-produttività non sono di certo una novità. Termini che affondano le loro radici proprio nella rivoluzione industriale e che hanno visto la loro affermazione con i principi del Taylorismo e Fordismo, dove l'efficienza viene calcolata sulla base della massimizzazione dell'output per unità di risorsa e di tempo. Tradotto: l'operaio è funzionale a un meccanismo più grande, dove la velocità in un tempo ristretto e la ripetitività del gesto erano la chiave del successo della produzione di serie e in grandi quantità.

E dov'è il punto?

Questo modello si è trasferito dalla meccanizzazione di quel tempo alla digitalizzazione di oggi. Quindi, ciò che ci era stato presentato come liberatorio, ci ha letteralmente "incastrati" in un ingranaggio che ci obbliga a fare di più, in meno tempo e nel migliore dei modi. Non era questa la promessa della tecnologia: più tempo libero a parità di produzione? Abbiamo lavatrici, TV smart, computer, smartphone e assistenti IA; eppure, abbiamo sempre meno tempo e meno energie. Quando esce una tecnologia nuova, ecco che ci richiede più energie e responsabilità nel gestirla. Alla fine ci troviamo a essere "vittime" passive di un ingranaggio che ci chiede di gestire più flussi contemporaneamente, nonostante ci fosse stato detto che la nostra condizione sarebbe dovuta migliorare. Quando spunta una nuova tecnologia, un nuovo modo di comprendere il mondo digitale, ecco che siamo lì pronti ad accaparrarcela. Perché? Perché crediamo fortemente che questa novità possa realmente semplificare la nostra vita.


I VERI BENEFICIARI

Ma alla fine ne beneficiamo per davvero? La risposta è no. Chi ne beneficia allora?


Ne beneficia sicuramente chi riesce a massimizzare gli output con minori risorse impiegate. Se ho ad esempio tre impiegati nel mio ufficio che svolgono le mansioni di otto persone, questo permette sicuramente al mio ufficio di guadagnare con un minimo investimento. Questo è un atteggiamento comune in molti settori, dove chi dirige sa bene di poter "sfruttare e spremere al massimo" chi lavora, evitando assunzioni e costi. Quindi, a livello manageriale, è più importante saper fare multitasking e ottimizzare i tempi, piuttosto che investire le giuste risorse. In questo modo le aspettative si alzano, in quanto ci si aspetta che non ci siano tempi morti, che l'efficienza sia sempre rispettata, che la qualità rimanga uno standard fisso e che le scadenze siano sempre puntuali.

Questo si traduce in una pressione costante da parte di chi dirige nei confronti di chi lavora sul campo. Questo non vale solo in ufficio, in quanto la digitalizzazione ha permesso che tale pressione sia presente anche al di fuori del lavoro stesso. Esistono realtà in cui la reperibilità esiste, nonostante non sia prevista dal contratto. Email in qualsiasi orario, telefonate dopo il lavoro, messaggi in ogni momento. Un vero e proprio incubo. Ma non finisce qui. Di fatto, con la sempre più costante digitalizzazione del lavoro, si sono inseriti sempre più strumenti che permettono di "quantificare la performance": quante mail inviate, quante chiamate, quante vendite, quanto tempo impiegato, ecc. ecc.


Obiettivo è fare molto, fare bene e farlo presto.

Tutto questo si traduce in una norma sociale normalizzata, dove questi "attori" traggono i loro enormi benefici. Se proviamo a pensare alle diverse piattaforme di messaggistica, ai social e ai diversi siti web, hanno come obiettivo quello di mantenere l'engagement alto. Questo si traduce nel far trascorrere il maggior numero di tempo possibile su queste piattaforme. Come avviene questo? Con feed infiniti, con un rimbalzo di stimoli attraverso contenuti e interfacce. Il design di questi strumenti è "addictive" (o "che crea dipendenza"), ovvero sfrutta al meglio i nostri sistemi dopaminergici. Ogni like, ogni notifica o spunta, alimenta la produzione di dopamina e quindi il nostro sistema di ricompensa.

Come teorizzato da Shoshana Zuboff, le grandi aziende tecnologiche traggono profitto dalla raccolta massiva e dall'analisi predittiva del nostro comportamento digitale. La nostra costante attività, il nostro passaggio da un'app all'altra, il nostro essere sempre connessi, genera dati preziosissimi che vengono monetizzati. Più siamo "multitasking" sui loro dispositivi e piattaforme, più dati generiamo e più il loro modello di business prospera.

Anche per mezzo dell'economia Gig e delle piattaforme digitali, questo meccanismo viene fortemente promosso e alimentato. Sulle piattaforme Gig (driver, rider, freelance e piattaforme online) i lavoratori sono spinti a prendere quanti più "task" possibili e spesso, contemporaneamente. Diventano in questo modo dei "contractors" che devono in qualche modo massimizzare il loro guadagno attraverso il multitasking estremo. A loro volta, le performance vengono incentivate da algoritmi che rimbalzano opportunità continue, spingendo alla continuità costante e alla velocità. Non solo, l'inattività viene in qualche modo penalizzata; questo, quindi, incentiva ulteriormente a multitaskare in maniera obbligatoria e continuativa.


A cosa ci ha portato tutto questo? La deumanizzazione del lavoro.

Il lavoratore viene ridotto a un mero esecutore di compiti frammentati, perdendo la visione d'insieme e la soddisfazione derivante dal lavoro profondo e significativo. L'essere costantemente "on" e interrotto porta a tassi allarmanti di burnout.


L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto il burnout come "sindrome concettualizzata come risultante da stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo". Uno studio Gallup (2018) ha rivelato che due terzi (67%) dei dipendenti si sentono spesso o sempre in burnout. Il costo stimato del burnout e dello stress lavoro-correlato per l'economia globale è di miliardi di dollari in termini di perdita di produttività, assenteismo e costi sanitari.

Non solo, il modello del multitasking spinto all'estremo amplifica le disuguaglianze. I lavoratori con contratti precari o nella gig economy sono i più esposti alla pressione del "sempre connessi" e del "fare più cose contemporaneamente" per sopravvivere economicamente, senza le tutele o i benefici che potrebbero alleviare lo stress e il burnout.


Dal punto di vista sociale, le cose non vanno affatto meglio, dall'altra parte. Ti capita di ignorare o di essere ignorato/a nella tua immediatezza fisica, in favore dello smartphone? Questo comportamento viene soprannominato Phubbing o Phone snubbing, ovvero un comportamento relazionale disadattivo, in cui la persona viene letteralmente "snobbata" in favore dello smartphone. Questo processo altera le relazioni, le deforma o le porta ad assottigliarsi, tanto che perdono di significato e forma. Genitori che interagiscono con i figli mentre fanno multitasking con altro, amici che controllano notifiche e telefono durante le conversazioni, gente che mangia facendo altre mille cose (spesso al telefono). Normale, direte, no? Siamo tutti distratti e frammentati da questo continuo "fare contemporaneamente", da questo rimbalzare da una cosa all'altra, che alla fine non ci stiamo accorgendo che stanno venendo meno cose come le relazioni, le quali sono parte integrante della nostra esistenza. Spesso le relazioni che viviamo sono fatte di malintesi, sfiducia, lontananza, mancanza di presenza e contatto.


Questa mancanza di contatto, questa distanza e questa frammentazione ci ha completamente resi incapaci, inoltre, di comprendere cosa conta e cosa no, cosa sia utile e cosa no. Abbiamo perso potere decisionale e capacità critica. Non è casuale che stiamo vivendo nell'era della disinformazione o dell'informazione pilotata. Questo accade perché, se siamo così distratti e frammentati, non siamo in grado di comprendere quali siano le informazioni utili per il bene comune, per il bene della stessa comunità. Questo si ripercuote nelle nostre scelte, in quanto non siamo capaci di farle, perché la nostra mente è stata completamente frammentata.


Un'alternativa sostenibile, la nostra vera essenza

Assolutamente! Ecco il testo corretto, con le modifiche per grammatica, sintassi e punteggiatura, mantenendo la forma originale:


Abbiamo navigato e osservato in profondità la natura del meccanismo del multitasking, scandagliandone gli effetti su mente, corpo, emotività e a livello sociale. Una produttività che ci spinge a fare sempre di più, incoraggiandoci a sviluppare questa tanto decantata "abilità". Un'abilità che, come abbiamo ben visto, è comoda per chi ne trae profitti, ma va a discapito della propria salute.


Ma come se ne può uscire da tutto questo? La risposta è tanto semplice, ma richiede pratica, impegno e tempo per poterla realizzare. Se siamo abituati a multitaskare, dobbiamo condizionarci al "monotasking consapevole", ovvero scegliere deliberatamente di rimanere focalizzati su una cosa soltanto. Facile, vero?


Non è proprio così, in quanto siamo completamente disabituati a fare una cosa alla volta, tendendo a iniziare un'azione B mentre stiamo già compiendo un'azione A. Leggere il giornale e mangiare, studiare e guardare il telefono o ascoltare musica, guardare le notifiche o il proprio smartphone mentre siamo in compagnia di altre persone e così via.


Dovremmo iniziare a comprendere di essere esclusi dal principio di onnipresenza, e che non è possibile fare realmente due cose contemporaneamente. Piuttosto, comprendere che ogni cosa abbia bisogno di massima attenzione e "presenza", affinché possa essere svolta bene e nel minor tempo possibile. Uscire dall'illusione che possiamo vivere parallelamente due o più vite, passando da una all'altra, perché non è questa la verità.


Quindi l'approccio che dovrebbe superare il multitasking è di controtendenza con i tempi, oltre a essere coraggioso:

  1. Non tutto è urgenza. La prima è forse la cosa più difficile da comprendere: non tutto va necessariamente portato a termine, o comunque non tutto deve essere fatto subito. Molte delle nostre urgenze non sono altro che il rumore delle urgenze altrui. D'altro canto, l'aspettativa dell'urgenza crea necessariamente urgenza. Se pensiamo che quella determinata azione sia urgente, finirà col diventarlo.
  2. Il potere del "no. Non sono i "sì", ma i "no" a essere difficili da gestire. Se pensiamo a noi stessi da bambini, ci renderemmo conto che eravamo bravissimi nel saper dire no a tutto ciò che non sentivamo opportuno o in linea con noi. Crescendo questa abilità viene persa quasi del tutto e ci ritroviamo a fare di tutto indistintamente, senza mai chiederci se sia realmente adatta a noi.
  3. Essere selettivi e decisi. Sono due capacità che richiedono pratica e costanza nel tempo. Non avere "la fretta", ma pazientare e scegliere con cura ci permetterà di scremare tutto ciò che non è necessario, per lasciare solo ciò che è utile per noi. Allo stesso modo, bisogna essere decisivi, fidarsi delle proprie sensazioni (non pensieri) e crederci fino in fondo.


In questo modo sono tante le riconquiste che si possono ottenere, anche con effetti abbastanza immediati. Ad esempio, si potrebbe notare una conquista immediata dell'attenzione, ciò che potremmo definire lavoro profondo (deep work). Questo è precisamente l'antitesi del multitasking e si manifesta in modo specifico. Si basa sulla regola di poter investire almeno da 60 a 90 minuti su un'attività specifica, senza alcuna interruzione. Gli effetti?


Qualità superiore, prima di tutto. Di fatto, il lavoro verrebbe svolto in uno stato di "flow", dove ci dimenticheremmo completamente del resto, senza avere alcuna minima interruzione, nemmeno dai pensieri. Anche la velocità d'esecuzione sarebbe effettivamente maggiore. Questo perché la nostra intera mente e attenzione sarebbero dirette su quell'unico compito e non su più di uno. Quindi verrebbe svolto meglio e in meno tempo. Uno studio dell'American Psychological Association ha stimato che le interruzioni possono far perdere fino al 40% del tempo produttivo. Il monotasking recupera questo tempo.


In tutto ciò, aumenterebbe anche il grado di soddisfazione personale e non solo. La qualità del lavoro aumenterebbe, così come la stessa produttività. Tutto questo non ha un riscontro solo nella vita lavorativa, ma anche in quella di tutti i giorni. Come? Prima di tutto, migliora la propria concentrazione e presenza mentale. Anche le azioni più semplici, come mangiare, bere, mettere i piedi nella sabbia e così via, diventerebbero diverse, arricchite da sensazioni che non pensavamo nemmeno esistessero. Questo ci permetterebbe di accedere alla vera gioia e alla soddisfazione, alla felicità, con importanti ripercussioni sulle nostre relazioni e sulla loro qualità.

Scegli una cosa e falla fino in fondo.

Una risorsa tanto importante e molto sottovalutata: il tempo
Autore: Orientati di Marco Lombardi 23 ottobre 2025
Schiavi di un tempo che ci sfugge costantemente. Corriamo senza una direzione, seguendo tappe, obiettivi di volta in volta, anno dopo anno. Incapaci di goderci i momenti, sprechiamo la nostra esistenza rincorrendo cose, credendo che sia questa l'espressione di un'esistenza autentica.
Non più rigide programmazioni, ma allenamenti che si adattano alla persona.
Autore: Orientati di Marco Lombardi 22 maggio 2025
Una cultura dell'allenamento bistrattata e alterata. Nell'immaginario collettivo, "allenamento" vuol dire adattarsi a rigidi programmi, che vanno portati a termine fino in fondo, senza mai risparmiare nulla. Ma è davvero così?
Un mondo stretto dalla morsa dei tempi stretti. La ricerca di un tempo perduto: il nostro.
Autore: Orientati di Marco Lombardi 11 aprile 2025
Velocità, performance, obiettivi, consegne, mail, messaggi. Abbiamo accettato il tutto e subito, ma non avevamo calcolato che anche i tempi sarebbero raddoppiati. Al loro raddoppiare, noi ci affanniamo per "starci dietro".
Casa, lavoro, famiglia, società, politica e così via dicendo, effimeri di fronte all'incertezza.
Autore: Orientati di Marco Lombardi 2 aprile 2025
Il posto sicuro del lavoro sicuro, il mutuo dai tassi sicuri e affidabili, quel marchio sicuro, questo è quello che cerchiamo costantemente: sicurezza. La cerchiamo spesso fuori di noi, e a volte dentro. D'altronde però, la vita è incertezza.
Cibi ultra-processati, dolcissimi e salatissimi, per stimolare un piacere ingannevole.
Autore: Orientati di Marco Lombardi 18 marzo 2025
Cibi in scatola, trasformati, ultra-processati, resi irresistibilmente gustosi e appetitosi. Gusto perfetto e impeccabile, tanto che non ne riusciresti a farne a meno. Ma quanto sono sani per la nostra salute?
Come le abitudini e la routine, possano diventare un freno al cambiamento e alla crescita personale.
Autore: Orientati di Marco Lombardi 4 marzo 2025
Abitudinari, comodi, impostati a fare sempre le stesse cose, sempre nello stesso modo. Monotonia che abbraccia la sicurezza di ciò che ormai conosciamo. Insoddisfazione, perché ci precludiamo la possibilità di scoprire, cambiare e "crescere".
Una realtà che illude e inganna, coloro che scambiano la verità per ombre.
Autore: Orientati di Marco Lombardi 21 febbraio 2025
Un "ritorno" al mito della caverna, dove gli "uomini" non distinguono più il mondo delle apparenze, illusioni e bugie, rispetto alla verità: non siamo realmente liberi come crediamo.
Le ossessioni e gli elementi salutari, di un aspetto comune: il corpo
Autore: Orientati di Marco Lombardi 15 febbraio 2025
L'immagine di sé: questo mondo ci vuole in forma, sorridenti e smaglianti, in una sola parola: perfetti. Una corsa alla performance ci impone corpi scultorei, un mito che, dopo millenni, inseguiamo ancora. Come potremmo migliorare questa epoca?
Non da soli, ma insieme verso il futuro
Autore: Orientati di Marco Lombardi 6 febbraio 2025
Nell'era dell'individualismo, dove profitto e capitalismo dettano legge, siamo indotti a concentrarci esclusivamente su noi stessi. Ma questa visione miope ci impedisce di comprendere una verità fondamentale: il benessere individuale è indissolubilmente legato al benessere collettivo.
Un altro modo per definire come viviamo la nostra quotidianità
Autore: Orientati di Marco Lombardi 25 gennaio 2025
Un evento, una persona o quel qualcosa tanto desiderato, eventi che hanno in comune l'attesa. Ci catapulta in una dimensione temporale a sé, dove il tempo scorre in maniera lenta e angosciante. E se l'attesa fosse solo un punto di vista?
Altri articoli