Il tuo prossimo minuto

Orientati di Marco Lombardi

Assetati di tempo

Quanto tempo viviamo? Quanto ne spendiamo? Quanto ne investiamo veramente come vorremmo? Spesso sottovalutiamo questa importante risorsa e a volte la lasciamo scorrere senza percepirne la reale importanza. Un valore con cui "barattiamo" il prezzo delle cose, credendo che sia ciò che conta davvero.

Una risorsa inestimabile

Immagina di avere una valuta universale, una moneta valida in ogni luogo e in ogni istante. Questa moneta non si compra, non si vende e non si produce da nessuna parte. Ti è semplicemente stata donata una quantità sconosciuta e limitata: il tempo.

Ma che cos'è il tempo?

Percepito come lineare ed elastico, si dilata e si contrae a seconda di quello che viviamo e che proviamo. Un flusso che noi tutti attraversiamo, costantemente e irreversibilmente. La nostra percezione di esso è alterata o comunque influenzata dalla qualità della nostra esperienza. In breve, il tempo è per noi semplicemente soggettivo. Quando si svolgono attività piacevoli con compagnie altrettanto piacevoli, esso risulterà veloce e sfuggente. D'altra parte, invece, rallenta fino a quasi fermarsi quando ciò che facciamo non ci piace o non ci corrisponde.

E quando invece non lo percepiamo affatto? Quando non sappiamo se sia troppo veloce o troppo lento?

La situazione è completamente diversa e non ha niente a che fare con la relatività del tempo. Per alcuni il tempo è denaro, ma in realtà dipende tutto dall'incapacità di percepirne e darne il giusto valore a una risorsa che, a differenza del denaro, è per natura finita.


Una clessidra che si sta "svuotando"

E se ci fermassimo solo un momento, un attimo, giusto il tempo per porci una sola domanda: come sto utilizzando il mio tempo?

In una società grottesca, continuiamo incessantemente a fare, alla ricerca di quel qualcosa che, in fondo, nemmeno conosciamo davvero. Ambiamo alla serenità, alla felicità o addirittura alla ricchezza, credendo poi di stare bene, ma alla fine ci ritroviamo stanchi e troppo affaticati per esserlo. Un circolo vizioso che si ripete negli anni, dove ci si promette di volere di più dalla propria vita: più momenti con la propria famiglia, meno lavoro, meno doveri, più voglia di convivialità o più energie da dedicare a sé stessi, più Tempo.

Siamo pesci che hanno abboccato alla trappola dell'interesse e dell'avidità per il denaro, elevata a modo di vivere. Una società che basa le sue fondamenta proprio sull'inganno, sul consumo del nostro tempo, in cambio di beni che non donano alcun reale valore alla nostra vita.

Ma quali sono queste trappole che ci intrappolano? Su cosa inciampiamo anche quotidianamente?

Dall'assuefazione per il lavoro agli stimoli continui che ci vengono proposti, dalle distrazioni croniche del nostro tempo alle facili illusioni che ci vengono proposte, dalla procrastinazione costante alle molteplici attività drenanti, fino ad arrivare al consumo passivo del nostro tempo.


Inciampi quotidiani

Quindi, nonostante sia una risorsa non rinnovabile e sempre più scarsa, tendiamo comunque a consumarla in maniera spregiudicata e sconsiderata. Ci si preoccupa di cose, oggetti e a volte questioni futili mentre ci sfugge uno dei beni più importanti che abbiamo a disposizione, per l'appunto, il tempo. Analizzare i punti o i momenti quotidiani in cui tendiamo ad "inciampare" in queste trappole può diventare uno strumento di consapevolezza potente, che permette di fare scelte più consapevoli.


L'assuefazione dal lavoro (WORKAHOLISM)

C'è chi lo considera una necessità, chi un sogno e chi addirittura lo definisce una passione. Tralasciando la libertà oggettiva di definizione del lavoro, la questione lavorativa coinvolge indistintamente la maggior parte delle persone. Spesso si lavora male e anche troppo, dedicando un tempo eccessivo al lavoro e alla propria professione, un tempo che viene sottratto al nostro monte ore dell'esistenza.

Siamo assuefatti, ossessionati e molto spesso spaventati dal lavoro, tant'è che in maniera compulsiva ci catapultiamo in una spirale senza fine.

Non riusciamo a comprendere quando è il momento di dire basta, fatichiamo a disintossicarci e, con la scusa delle priorità e delle diverse esigenze, non ci stacchiamo mai veramente. Ma dove affondano le radici della questione e quali sono le conseguenze?

Forse uno degli aspetti più subdoli, in quanto silenzioso e latente, è la pressione sociale e la nostra cultura del lavoro (prevalentemente occidentale). In una società della performance dettata dal fare, ci sentiamo quasi costretti a seguire tali orme, diventando dei veri e propri automi da produzione. Perché? Perché il contrario sarebbe andare controcorrente. Non fare corrisponde a un vero e proprio sacrilegio nei confronti della moderna cultura del lavoro, che si basa sul sacrificio assoluto, sulla rinuncia ad ampio spettro e sullo sperpero del proprio tempo, senza cognizione di causa ed effetto.

Insomma, ci "spremiamo" nei nostri lavori, ma in fondo, lo facciamo per acquistare banalità o cose che crediamo utili. Altri invece non sanno affatto perché lo fanno, ma lo fanno e basta. Tanti zombie che, ogni giorno, seguono il compitino che conoscono, quello che è stato loro impartito.

Ma non si tratta solo di questo, purtroppo. Molti si identificano e misurano il proprio valore solo in base al loro stato sociale e, conseguentemente, rispetto al loro lavoro, che permette loro di mantenerlo. Non fare è percepito come non essere.

Altri ancora scappano dalla propria vita personale, rifugiandosi nel proprio lavoro, unico momento di pace e di assenza di frustrazione – la stessa che vivono nella loro vita personale. Il fare senza fine maschera la riluttanza verso la loro quotidianità, verso la loro esistenza.

L'inattività vuol dire anche fallire per molti. Non produci? Sei un perdente. Non fai? Stai rimanendo indietro rispetto agli "altri". Non lavori? Sei un fallito e presto la tua esistenza cadrà in rovina.

E le conseguenze di tutto questo? Prima di tutto, hobby, relazioni personali, riposo, relax e così via, diventano agnelli sacrificabili di fronte all'altare del lavoro. Un tempo, quindi, che viene completamente sottratto a ogni possibilità di essere vissuto appieno. Questo alimenta una perdita di prospettiva, che si traduce in mancanza di cura di sé (dall'aspetto, alla salute, all'igiene, alla propria forma fisica ecc.), che, nel lungo termine, si può tradurre in una sola cosa: malessere. Spesso sentiamo parlare ormai di burnout, una condizione comune ma ancora poco "riconosciuta".



Stimoli continui che non stimolano

Viviamo nell'era dell'iperstimolazione, dove ogni elemento che ci circonda ci mette in una condizione di essere, in qualche modo, stimolati. Abbiamo tutti gli strumenti, di fatto, perché ciò avvenga. Uno in particolare lo possediamo ormai tutti ed è nelle tasche di ognuno di noi: lo smartphone. Piccolo, versatile e sempre collegato. Cosa c'è di meglio per stimolarci ogni giorno, in ogni minuto libero della nostra giornata?

Di fatto siamo attanagliati da strumenti tecnologici pervasivi, dove ogni dispositivo è connesso e ogni connessione ci può regalare notifiche, notizie, informazioni, news, gossip, scroll, musica, film. Un intrattenimento che ci allontana ancora una volta da noi stessi e da quel tempo che potremmo vivere appieno.

Come siamo arrivati a questo? Per prima cosa, attirare l'attenzione è per molte aziende un modo per monetizzare e quindi ricavare grossi profitti. Tenerti incollato a quello schermo, guardando quella pubblicità o quel video, per il maggior tempo possibile, permette di "spammare" (bombardare di messaggi) pubblicità che generano entrate per queste aziende o per le persone che cercano di creare "intrattenimento". Chiaramente l'intrattenimento in questione non è affatto di qualità, ma solo un insieme di elementi che hanno lo scopo di tenerti incollato allo schermo. Ma non è solo questa la ragione: anche le nostre stesse città o, comunque, l'ambiente urbano, ci propongono continui stimoli, fatti di rumori e un flusso costante di informazioni visive e uditive. Per finire, troviamo anche la "FOMO", ovvero "fear of missing out", tradotto come la paura di rimanere indietro e di perderci qualcosa. Che sia una notifica, un'opportunità o un'informazione utile, ci spinge a rimanere costantemente connessi.

E tutto questo cosa comporta? La nostra attenzione viene frammentata o fortemente diluita. Questo perché il processo di concentrazione richiede una grande quantità di energie e, venendo costantemente interrotto, si rompe quel flusso che ci permette di mantenere un focus costante. Il cosiddetto "switching cost" consiste nel fatto che per riprendere la concentrazione ci vuole tempo; quindi, interromperla decine o centinaia di volte al giorno ci fa letteralmente perdere il nostro tempo. A ciò si aggiunge l'illusione della facoltà del multitasking, in quanto il nostro cervello non è strutturato per fare più cose contemporaneamente, ma piuttosto passa da uno stimolo all'altro, senza mai concentrarsi su nulla. Complessivamente, tutti questi stimoli, oltre a essere di bassissima qualità, non ci permettono di svolgere le cose con qualità. Oltre a questo, ci tolgono tempo per viverlo appieno, in maniera centrata e presente, piuttosto che perennemente distratti.


Distrazioni croniche

Qui il discorso cambia, in quanto ormai assuefatti dagli stimoli perenni circostanti, tendiamo a ricercarli anche quando esternamente non ci sono. Ed è proprio in questo momento che si forma la distrazione, che nel tempo si cronicizza. Ma nello specifico, quali elementi ci portano a una condizione di distrazione cronica?

Siamo programmati per ricevere gratificazioni veloci e facili. La conseguenza? La ricerca di distrazioni si traduce in un senso di gratificazione facile e istantanea, una fuga del nostro cervello: una notifica, un like, un reel, una spedizione che attendiamo, una bella foto, un video divertente; insomma, tutti elementi che, appunto, ci danno questa dose di distrazione, che ci permette di "evadere da noi stessi". A cosa serve questa continua distrazione? Una delle sue funzioni principali è quella di non guardare in faccia il disagio o il malessere. Preferiamo occultare il problema, curandone i sintomi, ma non le cause. Per finire, tutto questo si traduce in una bassa tolleranza alla noia, al "tempo vuoto" e non produttivo. La noia, la matrice di tutti i talenti, è vista oggi come un momento inutile, da ripudiare. Di fatto, la nostra società non sforna principalmente talenti, ma individui con profondi disagi e sofferenze.

Come erodono il tempo queste distrazioni croniche? Intuitivamente, viviamo una serie di interruzioni auto-indotte che, appunto, dipendono proprio dagli elementi di distrazione. Chiaramente le distrazioni diluiscono il nostro tempo a disposizione. Allo stesso modo, una semplice ricerca su Google si trasforma in una navigazione di ore e ore sul web e sui social, che ci porta via tempo che avremmo potuto vivere davvero, anziché passarlo davanti a uno schermo. Questo fenomeno è soprannominato "rabbit hole digitale". Tutta questa distrazione continua, al contrario, aumenta i tempi di lavoro e degli impegni quotidiani, che vengono rimandati o interrotti di continuo.

Risultato? Altro tempo perso, che poteva essere usato diversamente. Oltre al tempo, perdiamo tutte quelle capacità cognitive che ci permettono di mantenere il focus, che ci permettono di scegliere lucidamente. A sua volta, questo non ci permetterà di scegliere bene come usare il nostro tempo: un circolo vizioso che si autoalimenta.


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Le facili illusioni

Come se non bastassero gli elementi di distrazione continua e i lavori che assorbono tempo e vita, si aggiungono anche le facili illusioni che oggi, ancor di più, spopolano nel mondo del web, proponendo ricchezza, benessere, tempo e tanto altro ancora. Il modus operandi è sempre lo stesso: grandi promesse in cambio del tuo tempo, persino una piccola fetta. Quale promessa più allettante di questa?

Il modello "Get rich quick" è lo schema che c'è dietro: la promessa di guadagni veloci e facili online, formule magiche e investimenti miracolosi. Ma questo non coinvolge solo l'aspetto del denaro e dell'economia. Lo stesso vale anche per il corpo: dimagrimenti mirati, facili e con poco impegno. Personaggi che si autocelebrano affermando di aver aiutato decine di migliaia di persone, ma che in realtà non possiedono il minimo di competenze o conoscenze. Pillole magiche, bevande e polveri che "hackerano" il corpo, permettendo di raggiungere una forma fisica da sogno. Insomma, il limite qui è solo la fantasia.

Cosa comporta tutto questo? Perdita di tempo. Sì, perché, oltre a essere mere illusioni costruite per essere ben vendute e persuasive, ti faranno consumare tempo, quel tempo che avresti potuto investire per raggiungere davvero quel risultato. Come? Facendo fatica, non con la bacchetta magica che non esiste. Nei fatti, questo tempo si dissolve nella ricerca di queste illusioni. La ricerca di quel prodotto, di quel videocorso e così via, che sfocia in un ciclo di speranza-delusione: ad ogni tentativo magico che non funziona, si attiva la speranza di trovare qualcosa che possa funzionare, mentre la verità è sotto gli occhi di tutti.

Questo si traduce, appunto, in una distrazione dal percorso reale che va perseguito per raggiungere un determinato risultato. Scorciatoie che si mostrano per quel che sono: illusioni che diventano trappole temporali della nostra esistenza.



Le molteplici attività drenanti

Se pensavi che solo il lavoro potesse consumare il tuo tempo e assorbire le tue energie, ti stai sbagliando di grosso. Molte altre attività quotidiane, se non ben gestite, possono contribuire alla perdita di tempo. Di cosa si sta parlando? Obblighi mal gestiti o non affatto necessari si guadagnano probabilmente il primo posto in classifica. Insomma, queste mansioni sono come la burocrazia: mille carte e scartoffie che complicano il processo anziché facilitarlo. Anche la rete relazionale può essere fonte di tempo mal gestito. Ad esempio, relazioni non costruttive o tossiche possono sottrarci tempo. Quindi, investire tempo ed energie in relazioni disfunzionali ce lo fa perdere inesorabilmente.

Un altro elemento che può determinare la perdita di tempo sono le cattive abitudini ben consolidate. Tra le cattive abitudini che frammentano il nostro tempo troviamo la lamentela, uno degli elementi che ci porta all'inazione e ci fa subire ogni evento. Oltre alla lamentela, abbiamo il gossip, le discussioni online sterili e le preoccupazioni eccessive.

Nella lista rientra anche l'incapacità di dire "NO". Cioè, dire sempre sì ci coinvolge in impegni che probabilmente non vogliamo. Questo ci fa provare delusione, frustrazione, rabbia e una montagna di tempo mal investito.

La disorganizzazione personale e ambientale è un elemento comune e molto sottovalutato. Immagina tutto il tempo che impieghi per ritrovare cose che non sai dove hai messo: credi che sia tempo ben speso?


Riprendere in mano il "Timone"

Il tempo non è soltanto una dimensione relativa, ma anche una valuta, come accennato in precedenza. Ma valuta di che cosa?

Al tempo si associa, probabilmente, un altro valore importante: la libertà.

Oggi, la libertà coincide con la capacità di autodeterminarsi, di gestire la propria vita come meglio si crede e, di conseguenza, di fare scelte sentendole pienamente proprie. Ogni minuto, ogni giorno, mese o anno che scegliamo di vivere liberamente, non è altro che un dono. Quindi il tempo diventa un mezzo per misurare la libertà e più tempo abbiamo a disposizione, maggiore sarà la libertà percepita.

Quando il tempo è davvero nostro, quando ne deteniamo la vera sovranità, esso si trasforma in un terreno fertile per essere autenticamente sé stessi: la vera formula del benessere.

In quali forme quotidiane o con quali scelte possiamo realmente far sì che la nostra libertà si manifesti, appropriandoci del nostro tempo?


La libertà di essere sé stessi (autenticità)

Non quella descritta sui social, attraverso post e realtà costruite con filtri e altri artefatti digitali, ma la vera autenticità: essere sé stessi senza la paura di esserlo. Ma come si fa a essere sé stessi davvero? E che connessione ha tutto questo con la questione del tempo?

Prima di tutto va precisata una cosa semplice ma non scontata: per essere autentici è necessario conoscerci e, per farlo, serve tempo. Questo perché, affinché ci si possa conoscere, è fondamentale comunicare con noi stessi, instaurando una relazione sana tra le diverse parti di cui siamo costituiti. Riflessione, analisi, osservazione e ascolto di sé sono tutti elementi che vanno sviluppati e praticati costantemente. Ovviamente tutte queste azioni richiedono tempo.

Il tempo impiegato per agire, a quel punto, rispecchia i propri valori; si diventa quindi coerenti con sé stessi e in linea con le proprie decisioni, piccole o grandi che siano. Le nostre azioni sono lo specchio di quello che siamo e ci definiscono.

A questo punto si passa alla vera e propria manifestazione della volontà, che raggiunge la sua massima espressione attraverso ciò che ci piace fare realmente: scegliere ciò che amiamo. Se ci riferiamo ad alcune attività che svolgiamo, si traduce non in un senso di produttività ma in azioni che ci fanno sentire vivi e provare gioia e soddisfazione. Queste attività arricchiscono la nostra anima e alimentano in maniera sana la nostra mente. Quando si praticano attività di questo genere, il tempo cambia: diventa uno stato di "Flow". Lo stato di flow corrisponde a un tempo che scorre senza sentirne la presenza, in quanto il livello di gratificazione e quiete è elevatissimo.

In questo "stato di Flow", l'apprendimento, l'esplorazione e l'auto-scoperta diventano pilastri portanti del nostro essere. Leggere, studiare o frequentare corsi, così come viaggiare ed esplorare luoghi, sono tutte attività che, nel permetterci di arricchirci e conoscere meglio noi stessi e il mondo circostante, richiedono TEMPO.

Ma non siamo fatti solo di "cose", ma anche delle relazioni che scegliamo. Prendersi il proprio tempo ci permette, prima di tutto, di averle e di coltivarle. Quando ci si prende il proprio tempo, la scelta delle relazioni di cui ci si circonda cambia considerevolmente. Questo perché, essendo il tempo strettamente connesso con noi e con l'importanza che diamo a noi stessi, non ci permette di scegliere relazioni futili o poco costruttive. Insomma, se ho imparato a dare importanza al mio tempo, avrò imparato a dare importanza anche alle relazioni di cui mi circondo.

Una libertà negata

Il tempo, che dovrebbe essere visto come la valuta della nostra libertà, è in realtà qualcosa che ci incatena, che ci fa sentire schiavi di esso. Non ci sentiamo liberi nelle scelte, ma al momento siamo in grado solo di decidere liberamente come gestire gli impegni all'interno del tempo a nostra disposizione. Quindi non scegliamo il nostro tempo, ma solo come riempirlo o colmarlo in qualche modo. Conseguenza? La libertà non si manifesta, ma viene occupata o soffocata.

Vendiamo il nostro tempo per i nostri impegni lavorativi, che molto spesso non coincidono con quello che ci piace fare o che non rispecchia affatto i nostri valori. Altre volte, svendiamo il nostro tempo, gettandolo inutilmente per quattro soldi, non ricevendo nemmeno il meritato compenso. Questo svendersi il proprio tempo si collega benissimo allo spreco che facciamo di questa risorsa, nel tentativo di compiacere gli altri o le loro aspettative. Ancora una volta lasciamo che il tempo venga eroso, in quanto non si sceglie di essere autentici ma di uniformarsi agli altri.

Il dovere prima e poi il piacere. Quante volte ce lo siamo sentiti dire? E chi ha deciso che il dovere sia sempre una priorità rispetto al piacere? Chi dice che senza il dovere il piacere non avrebbe significato? Nessuno. Viviamo, di fatto, una vita dove i piaceri e le gioie diventano marginali, in alcuni casi nulli. Il tempo dedicato al divertimento e alla spensieratezza diventa un tempo non produttivo, oppure un lusso che appartiene a pochi. Così si cade in quella stanchezza cronica, in quell'insoddisfazione perenne, che ci mette in una condizione di ricerca perpetua di qualcosa che è sempre stato davanti ai nostri occhi: godere del nostro tempo in maniera libera e spensierata.


Fatti due conti

Ogni giorno, per necessità o per volontà, cediamo il passo al sonno e, di conseguenza, al riposo. Mediamente dormiamo circa 7-8 ore al giorno, o per lo meno queste dovrebbero essere le ore da dedicare alla nostra salute. Questo significa che quasi un terzo della giornata è dedicato al riposo. Quali sono le attività a cui dedichiamo il tempo restante?

Il lavoro occupa sicuramente il primo posto. In linea di massima, ci assorbe circa 7-8 ore al giorno. Quindi un altro terzo della giornata che se ne va. Questo dato non considera eventuali straordinari o ulteriori ore dedicate al lavoro anche al di fuori dell'orario d'ufficio. Ricerche condotte su larga scala, come quelle dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) sulle ore lavorate e gli studi sul burnout (ad esempio, quelli basati sul Maslach Burnout Inventory), evidenziano come la pressione di giornate lavorative prolungate, senza adeguati recuperi, possa erodere il benessere psicofisico e ridurre la produttività a lungo termine. Pensi che sia finita qui? Ci sono percorsi nascosti e spesso non considerati, dove spendiamo buona parte delle ore restanti. Per la precisione, sono 3 le ore che spendiamo in momenti come svegliarsi, l'igiene personale, vestirsi, fare la doccia e le pause fisiologiche. Insomma, momenti della giornata dedicati ad attività che servono a prendersi cura di sé. E per andare al lavoro? Per spostarci da un posto all'altro? Quanto tempo impieghiamo? Da 1 ora o più. Quel tragitto che fai tutti i giorni, quando porti i bambini a scuola, quando vai in palestra o a fare la spesa; insomma, ogni volta sono minuti del tuo tempo trascorsi su un mezzo di trasporto e nient'altro.

E le mansioni giornaliere? Pulire, sistemare, stirare, ecc.? Queste mansioni possono facilmente richiedere altre 1,5 – 2 ore al giorno. Le indagini sull'uso del tempo, come l'American Time Use Survey (ATUS) negli Stati Uniti o le Eurostat Time Use Survey in Europa, rivelano come queste attività, spesso non riconosciute come "lavoro", costituiscano una fetta significativa degli impegni quotidiani.

Se tiriamo un po' le somme, a quanto ammonta il tempo che ci rimane a disposizione in una giornata di 24 ore?

8 ore di sonno, 7 ore di lavoro/studio, 3 ore per i bisogni fisiologici, cura personale e pasti, 1 ora per gli spostamenti e circa 1,5-2 ore per la gestione domestica: ci rimangono esattamente 3,5 ore.

E in un anno intero? Se moltiplichiamo 3,5 per 365 giorni, otteniamo circa 1277 ore (questo calcolo non tiene conto di festività, ferie e giorni feriali).

E di questo preziosissimo tempo che ci rimane, cosa ne facciamo realmente? Globalmente, le persone prediligono passare il loro tempo davanti a uno schermo, e questo numero è sempre più crescente. La media globale di ore trascorse davanti a un dispositivo, in particolare sui social, è di circa 2 ore e 30 minuti al giorno. Ma non è finita qui: molti di noi trascorrono ulteriore tempo su piattaforme di streaming per guardare serie TV o film, sottraendo altre 2-3 ore. Non dimentichiamo le ore spese davanti alle console dedicate al gaming, che possono prolungare questo tempo anche per diverse ore (ben oltre le 2 ore)

E poi...

E poi ci sono attività che al momento non sono quantificabili in termini di tempo, ma che probabilmente dominano la scena per la maggior parte di noi, durante le nostre giornate e azioni quotidiane. Di cosa si sta parlando? Di zavorre invisibili ma sempre presenti, ladri di energia silenziosi che rubano o demoliscono completamente il nostro prezioso tempo. Sono pratiche, o meglio, pratiche disadattive che crediamo "normali" ma che in realtà hanno un potere e un'influenza notevole: la lamentela e la ruminazione cronica, la procrastinazione e l'indecisione cronica, i conflitti e le tensioni interpersonali, e infine il consumo passivo di energie (come il "binge-watching", ovvero continuare a investire energie e tempo in azioni passive come guardare una serie TV ininterrottamente).

Se ti piacciono le percentuali, che hanno quel non so che di scientifico, eccoti accontentato:


  • Sonno: 8 ore (33.3%)
  • Lavoro/Studio: 7 ore (29.2%)
  • Cura Personale: 3 ore (12.5%)
  • Trasporti: 1 ora (4.2%)
  • Gestione Casa/Commissioni: 1.5 ore (6.3%).


Nemico o risorsa?

Non ci sono tecniche speciali o routine simili; ci sono, sì, probabilmente cose da migliorare, ma se vuoi realmente goderti il tuo tempo, allora impara a prendertelo.

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